• pierobond

Back to what?


E’ quel tempo dell’anno che prelude ai ritorni.

A settembre, come in terra d’Abruzzi per i dannunziani pastori, per noi è tempo di migrare. E aderire a quel back to verso il quale tutti ci invitano e blandiscono.

I volantoni della GDO, il giornalettismo nazionale, i CEO aziendali, i ministri assortiti, i rettori universitari: tutti uniti nel radunarci e spingerci, come un gregge compatto (ma senza immunità) alla volta delle nostre consuete abitudini.

Così lasciamo gli stazzi e i verdi pascoli dei monti, per essere di nuovo, obbedientemente, back to school, back to work, back to shopping, back to gym, back to soliti modelli di consumo.

Ma esattamente, verso cosa aneliamo a ritornare?

Verso le classiche modalità di concepire il work/life balance?

Verso l’incessante ossessione da FOMO?

Verso il benessere illusorio da società signorile di massa?

Verso il colonialismo mentale dei social media, che ci assoggetta quotidianamente alla ricerca compulsiva di un purché minimo consenso?

Oppure - elevandoci per un istante - vogliamo tornare a pascerci del consueto, defilato ruolo dell’istruzione nel sistema Paese?

O vogliamo tornare alla nostra cronica incapacità di trasformare il nostro immenso patrimonio artistico e culturale in una vera industria, capace di dare una spinta significativa a un PIL malaticcio?

In altre parole: dobbiamo a tutti i costi rimanere abbarbicati alla nostra cara, vecchia comfort zone, illudendoci che nulla sia cambiato in tutti questi mesi?

O possiamo provare ad aprire davvero qualche nuova via?

Non ci serve un’autostrada: basterebbe anche un piccolo sentiero, tanti piccoli sentieri personali.

Che provino davvero a condurci a un atteggiamento diverso.

Per non ritornare più a un modo di vivere così pecoreccio.