• pierobond

L'advertising va alla guerra 1.

Scopriamo il contributo della comunicazione alla causa bellica durante i due grandi conflitti mondiali sino ad arrivare ai giorni nostri.


PRIMA PARTE






Molte parole che potrebbero appartenere al vocabolario di un ufficiale dell’esercito, risuonano ogni giorno tra le pareti di un’agenzia di pubblicità, il loro utilizzo è per fortuna solo metaforico. Scopriamo quanto realizzato dalle agenzie pubblicitarie impegnate nella propaganda bellica, vediamo cosa succede all’oliatissima macchina organizzativa delle grandi corporation della comunicazione quando parole come campagna, strategia e target, tornano ad essere i lemmi del pragmatico linguaggio militare. In un paese in guerra ogni settore produttivo è sempre stato chiamato a fare la propria parte adeguando la propria linea produttiva allo sforzo bellico. Una fabbrica di trattori poteva diventare verosimilmente produttrice di carri armati, una sartoria passare dal prêt-à-porter al confezionamento di divise per le forze armate, l’industria cinematografica realizzare cinegiornali e film di propaganda. Madison Avenue elaborò l’arma del consenso di massa mettendola a disposizione del governo; un contributo importante e determinante come la produzione di un ordigno ad altissimo potenziale. Negli Stati Uniti la collaborazione tra agenzie e governo nel periodo compreso tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale fu un rapporto destinato a lasciare un segno indelebile sul mercato pubblicitario e la professione negli anni successivi, quanto svolto fu di chiara ispirazione a proseguire la carriera nel settore dell’advertising anche per chi pubblicitario non era, quanto avvenne fu un vero e proprio reclutamento di talenti da impiegare in pubblicità in tempo di pace. "La natura del lavoro della Commissione fu così distintamente quella di una campagna pubblicitaria, che tutti ci siamo istintivamente volti verso la professione pubblicitaria” questo quanto affermato da George Creel, famoso giornalista e direttore civile del CPI, Commitee on Public Information (un ente governativo di cui facevano parte anche personaggi di primo piano come Walter Lippmann, altro celebre giornalista, vincitore di 2 premi Pulitzer ed il pubblicista e pubblicitario Edward Bernays). Il compito della CPI, durante la Prima Guerra Mondiale, fu quello di far accettare ad un’opinione pubblica molto perplessa l’intervento americano.

Edward Bernays, unanimenente considerato come il fondatore della scienza delle Pubbliche Relazioni affermò che: “L’incredibile successo registrato dalla Propaganda durante la guerra (la Prima Guerra Mondiale) ha rivelato a una minoranza di persone intelligenti le possibilità che la Propaganda offre per mobilitare l’opinione pubblica a favore di qualsiasi causa, era dunque naturale che, finita la guerra, le persone intelligenti si fossero interrogate sulla possibilità di applicare la stessa tecnica per affrontare i problemi del tempo di pace”.

La guerra aveva fatto capire a questi uomini l’incredibile potenziale persuasivo della Propaganda, quando sarebbe venuto il momento di vendere prodotti questi avrebbero saputo come fare.

Fu proprio la CPI a ideare l’iconico Uncle Sam ed il suo celebre titolo: "I Want You for US Army". Ispirato da un manifesto inglese di tre anni addietro, il manifesto fu utilizzato per promuovere il reclutarmento di soldati sia nella Prima che nella Seconda Guerra Mondiale. L’aneddottica racconta che l’ origine dello Zio Sam possa essere ricondotta ai barili contenenti carne e marchiate con le iniziali U.S. (United States). Al loro arrivo a New York, i soldati addetti al vettovagliamento iniziarono scherzosamente a chiamare Zio Sam Samuel Wilson, il produttore di carne in scatola per le truppe Samuel Wilson. Uncle Sam, appunto.

Bruce Barton, la seconda B di BBDO, creò slogan propagandistici durante la Prima Guerra Mondiale, in questo annuncio Barton invitava ad un’attenta riflessione sul sacrificio in termini di vite umane richiesto dal conflitto in corso in europa.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’agenzia J Walter Thompson realizzò quella che è riconosciuta come una delle campagne belliche di maggior successo: Rosie The Riveter, la ribattitrice. Nel manifesto una donna americana in tuta da operaio mostrando il suo bicipite muscoloso diceva: “We Can Do It”. Anche noi donne possiamo svolgere il lavoro di un uomo, non tiriamoci indietro e facciamo tutte la nostra parte. La campagna riuscì a coinvolgere più di 2 milioni di nuove lavoratrici nel mondo dell’industria di guerra, numeri strabilianti per l’anno 1940. L’annuncio ebbe una vasta eco nella cultura popolare. Rosie diventò un’icona pop conosciuta e citata in continuazione anche ai giorni nostri: le donne ebbero la possibilità di ritagliarsi ruoli di maggiore responsabilità, un cambiamento epocale destinato a far sentire i suoi effetti sulla società americana. Dopo questa campagna il ruolo sociale ed il salario non potevano più essere considerati soltanto come prerogativa degli uomini.


Questo articolo scritto qualche tempo fa per Bill Magazine, riletto adesso, fa riflettere ulteriormente sull’importanza del ruolo delle aziende e dei comunicatori in tempo di crisi.


Courtesy of Bill Magazine®.

Ringraziamo il suo illuminato editore.

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